Scheda libro

copertina Autore Cartotto Ezio
Titolo "Operazione Botticelli" Berlusconi e la terza marcia su Roma
Curatore  
Editore Sapere 2000 edizioni multimediali
Collana Sapere 2000 79
Argomento Politica
Scheda Codice 978-88-7673-295-9 Formato 14,5x21
  Pagine 219 Legatura brossura
Edizione 2008 Illustrato  
Prezzo 12,90


Stralci:

PAGINA 20
“Sai – dice – c’è qui una persona. È questo il motivo per cui non sapevo se farti venire o meno, ero indeciso sul fartela incontrare. Alla fine ho deciso che fosse meglio tu venissi, perché io sono esausto. M’avete fatto venire l’esaurimento nervoso. Fedele Confalonieri e Gianni Letta mi dicono che è una pazzia entrare in politica e che mi distruggeranno. Che mi faranno di tutto, andranno a frugare tutte le carte per vedere se trovano qualcosa fuori posto. Loro sono convinti che magistratura, sindacati, partiti di sinistra, tutti mi si metteranno contro e di traverso. Tu, invece, e Marcello (Dell’Utri), mi dite che io sono il bottino di un’eventuale vittoria della sinistra e che, se le cose dovessero andare male... dovessero vincere loro... mi ritirerebbero le concessioni, m’impedirebbero di fare il mio lavoro... e le banche mi toglierebbero i fidi. Credo che da un certo punto di vista Letta e Fedele abbiano ragione perché so che quelli della sinistra controllano buona parte della magistratura. Voi, invece, avete ragione da un altro punto di vista perché mi rendo perfettamente conto che le banche, per non parlare delle concessioni televisive, dipendono dalla volontà dei Ministeri, del Parlamento, del Tesoro, di Bankitalia e subiscono l’influenza di chi governa il Paese. E allora cosa devo fare? A volte mi capita perfino di mettermi a piangere, quando sono sotto la doccia e sono solo con me stesso. Non so veramente come venirne fuori. A questo punto voglio mettere a confronto te, che hai una grossa esperienza, con la persona che io stimo di più nel mondo politico e che si trova qui in questo momento. Voglio proprio vedere se, da un confronto fra di voi, scaturisce qualcosa che mi dia un’indicazione definitiva, giusta di quel che devo fare. Vado a prenderlo e lo porto qui. Ti presenterò Bettino Craxi. È venuto da me ed è qui da un po’ di tempo. Meno male che tu sei stato puntuale perché lui deve andare via presto. L’hai mai conosciuto prima?”.

PAGINA 30
Qui incontro il dottor Giorgio Preda, un consulente aziendale, poi diventato parlamentare, che si occupa della formazione e segue i master, un uomo molto capace e con molte relazioni. Io associo Preda con la fretta perché Preda aveva sempre qualcosa da fare, era sempre molto impegnato. Preda, quando mi si dà l’uffìcio all’ottavo piano inventa la teoria delle “prolunghe di Cartotto”, cioè dei collaboratori in più, esterni. Preda risolse brillantemente il problema trovando la formula giusta col dire “Sì, in pratica noi affidiamo a Cartotto l’incarico di fare un sondaggio, Cartotto ha bisogno di prolunghe che non hanno nulla a che fare col nostro Gruppo, persone sue con le quali noi facciamo contratti di consulenza che si svolgono sotto la direzione di Cartotto.”

PAGINA 40
 “Nel ’50, ero un ragazzino. C’era la campagna elettorale, andavo in giro ad attaccare i manifesti della Democrazia Cristiana. E i comunisti ci picchiarono. Questo non l’ho mai dimenticato”.
Con lui una volta ironizzò Confalonieri dicendo:
“Ancora te la prendi per quella aggressione. Ormai... Ma va là che ti sei già abbastanza vendicato”.

PAGINA 44
 “Ma... Rutelli, è uno che va bene, potrebbe fare bene il sindaco. Si presenta bene, è una persona che non è di estrema sinistra, moderata, ha una bella immagine”.

PAGINA 47/8
 “La mia preoccupazione per l’avanzata delle sinistre in Italia potrebbe essere meno grave se non ci fosse anche questa alleanza di ferro tra il Gruppo Repubblica-Espresso e la sinistra. È già stato deciso che se le cose vanno in un certo modo mi distruggono. Se la sinistra vince le prossime elezioni la prima cosa alla quale si dedica è la revisione delle concessioni televisive per passarle ai gruppi editoriali dei vincitori”.

PAGINA 49
“Vi comportate male perché quando è Francesco Paolo Mattioli che viene messo in carcere, quando è il Gruppo Fiat a essere attaccato per le tangenti io do disposizione ai miei di offrire molto più spazio alla difesa che all’accusa, cerco di far vedere l’importanza del Gruppo Fiat. Io vi do la mia solidarietà nelle forme di cui dispongo mentre voi non fate altrettanto con me, anzi...”.
Mentre Romiti cercava in qualche modo di rispondere dicendo di essere “affettuosamente solidale”, Agnelli si sottraeva a queste pressioni di Berlusconi facendo capire invece che non poteva importargliene di meno.

PAGINA 56
Del cardinale Ruini so, attraverso una mia fonte personale, che, quando più tardi salterà fuori l’ipotesi di Prodi come candidato rivale di Berlusconi, abbia affermato:
“Io i Prodi li conosco bene. Prodi è una persona che può avere molte qualità come candidato contro Berlusconi e fare eventualmente il Presidente del Consiglio con competenza, serietà e correttezza. Però i Prodi non sanno comunicare”.

PAGINA 65
 “Questi comunisti... ma insomma smettiamola. Questi comunisti non mangiano più i bambini da un pezzo. Io credo che i comunisti di oggi siano veramente postcomunisti e credo che i postcomunisti sono un po’ quello che erano i socialisti di Nenni nel 1956 dopo l’invasione russa in Ungheria. Cioè persone che stanno cercando delle vie per passare da una fase marxista a una fase di radicalismo di sinistra. Questa situazione non ci deve preoccupare più di tanto, al contrario noi dovremmo favorire quest’evoluzione socialista e riformista dei postcomunisti. Non vedo perché dobbiamo stare qui ad angosciarci”.

PAGINA 67
“È come se io e Letta fossimo stati in una stazione ferroviaria piena di gente. C’era un demagogo, che era il capotreno, lì fermo. Si rivolgeva alla folla che aspettava di salire dicendo ‘Salite tutti che vi porterò in America, di qui, di là. Diventerete ricchi’. E io e Letta a spiegare invece che non bisognava salire su quel treno, che bisognava stare giù, che chissà dove saremmo andati a finire, magari in un burrone. ‘State giù, non salite, non dategli retta, così il treno non parte. Se state giù tutti, lui da solo non parte’. Ma a un certo punto il capotreno perde la pazienza e dice: ‘Adesso fischio tre volte e poi il treno parte, chi c’è c’è’. Fischia tre volte, io mi guardo in giro, tutti salgono sul treno. Cerco Letta per piangere uno sulla spalla dell’altro ma lo vedo a fianco del capotreno mentre se ne va”.

 PAGINA 72
E allora, in questa situazione di estrema incertezza, a un certo punto a Berlusconi venne un’idea. E disse:
“Facciamo una cosa, prepariamo un promemoria e poi vediamo se qualcuno è in grado, in via informale, di chiedere a Borrelli che cosa ne pensa. Gli facciamo chiedere se le cose che noi vogliamo fare sono nella legalità o meno. Coi tempi che corrono credo che se ci rivolgiamo al Procuratore della Repubblica forse riusciamo a evitare d’incorrere in qualche trappola...”.

PAGINA 75
 “Avete discusso, no? Mi sembrate i miei architetti. Quando mi occupavo di edilizia lasciavo che gli architetti facessero i loro mirabolanti progetti di palazzi e dicevo loro che andava tutto bene perché sapevo che erano bravi e quindi non intervenivo, non mi mettevo a discutere. Poi, dopo un po’, l’architetto andava al cantiere e vedeva che c’era un edificio diverso da quello che lui aveva progettato. ‘Ma come, dottore, noi avevamo fatto un progetto così e adesso c’è una roba cosà?’. Questo accadeva perché io, che sapevo che le case si fanno per venderle e non perché diventino dei monumenti, andavo sul cantiere, parlavo col capomastro e gli chiedevo: ‘Cosa dobbiamo fare per vendere di più?’. ‘Non questo dottore... Così non si vende’. ‘E allora?’. Immediatamente io e il capomastro rifacevamo il progetto e lo facevamo in modo da vendere”.
Ci stava praticamente dicendo “lavorate, lavorate, che poi ci penso io”. Questa era una parabola con la quale Berlusconi ci spiegava l’utilità del nostro grande lavoro d’ingegneria politica.

PAGINA 80
Chiedo di vedere Berlusconi il quale, al telefono, si mostra molto imbarazzato. Dice:
“Ma sai... Marcello ha molti problemi... Ci sono in giro molte chiacchiere negative, informazioni negative su alcuni tuoi collaboratori. Ce li hai portati in casa. Insomma mi dispiace, ma...”.
Capisco che accampa pretesti. Si sa benissimo che il lupo quando vuole mangiare l’agnello trova tutti i pretesti che vuole, io non sono un agnello e non sto dicendo che Dell’Utri e Berlusconi siano i lupi ma la favola serve a far capire la metafora. Prosegue:
“Sai, troppa gente viene e va, qui siamo in una situazione delicata..”.
Ma come? Non veniva anche prima?
“Girano dossier, girano informazioni...”.
Insomma fa capire che è bene farsi vedere poco. Sembra che qualcuno abbia parlato male di me, abbia detto:
“Ah, sa, si ricorda? Cartotto era quello dei tempi delle Cooperative, del Cipes”.
A un tratto scoprono cose che sapevano benissimo fin da quando era iniziato il tutto. Vengono scoperte a novembre. Si scopre che in gioventù la nobildonna che aiuta le ragazze in difficoltà aveva fatto la maitresse. Che gran scoperta, lo sapeva tutta Italia. Sono cose che mi lasciarono molto sconcertato. Berlusconi cercò di rimediare parzialmente a questo affronto dicendo che ne avrebbe riparlato con Dell’Utri. Mi sono visto poi con Dell’Utri un freddo giorno di dicembre, ma come diceva un noto professore di Oxford “Non posso soffrire l’imposizione di questa benevolenza per il Natale. Io mi sento malevolo nei confronti di tutti”. Lo trascinai ad Affori, un quartiere di Milano, a vedere una villa storica di proprietà della Compagnia di San Paolo, dove don Borracco in persona ci fece da guida al più importante museo d’arte sacra contemporanea del mondo voluto personalmente da Paolo VI. Si doveva verificare se c’era qualche collaborazione possibile che non fu trovata. In macchina e tra un quadro e l’altro, un Dell’Utri freddo, come dicembre, propose qualche piccola, minuta riparazione per la mia vicenda. Mi avrebbe fatto allestire un ufficio al 4° piano, in cui io, come manifestazione di protesta nei confronti di quest’azione, avrei messo raramente piede, mentre all’ottavo piano ci andavo tutti i giorni.

PAGINA 81
Poi, avendo avuto occasione di osservare il comportamento di Pilo, Codignoni, Valducci, espressi un parere che ancora oggi non ho cambiato. All’ingegnere Possa che consideravo un amico e che mi fu vicino in quelle circostanze, dissi che “al confronto di quello che stavo vedendo nel nascente Partito di Forza Italia i rapporti interpersonali della vecchia Democrazia Cristiana ai tempi di Albertino Marcora ed Egidio Carenini erano quelli di un educandato per orsoline”. Il loro atteggiamento mi faceva paura, questo parlar male l’uno dell’altro appena uno girava le spalle, questo clima di silenzioso riserbo ma tecnologicamente avanzatissimo. Ad esempio, mi spaventava il fatto che nessuno poteva entrare nella sede del partito senza dover superare una serie di filtri. Alla sede della Democrazia Cristiana entravano tutti tranne ai tempi delle Brigate Rosse quando c’erano dei poliziotti col mitra che controllavano. Cioè c’erano una serie di procedure che erano ben lontane da quel che era il mio ricordo del partito come militanza politica, fratellanza d’intenti, comunità di opinioni e d’azione

PAGINA 83
Naturalmente io non gli avevo detto che gli portavo lì Resinelli e Pizzetti, se glielo avessi detto non ci avrebbe ricevuto. Feci un blitz. Berlusconi fu abilissimo a glissare la sostanza dell’incontro che doveva essere la sistemazione del gruppo di consulenti, riuscendo invece a coinvolgerci col dire:
“Ah sto facendo questo, ah sto facendo quest’altro”.
A un certo punto:
“Un attimo!”.
Va di là e prende un registratore. Lo porta e ci fa sentire, tra i primi credo, l’inno di Forza Italia. Mette in moto il registratore e sul fondo musicale si alza in piedi e comincia a cantare. Fu una scena incredibile. Mentre cantava io mi dicevo “ormai questo non lo ferma più nessuno”. Chiunque fosse andato e con qualunque obiezione lui l’avrebbe steso perché ormai era decollato, era in un’altra dimensione.
Lì, con le braccia allargate verso il cielo, nel suo salotto di Arcore, cantava l’inno di Forza Italia.
Questo incontro si colloca nel dicembre del 1993 quando ormai era assolutamente certo che le elezioni sarebbero state anticipate e che si sarebbero svolte in primavera. Infatti a gennaio Scalfaro sciolse le Camere e fissò le elezioni per il 27 marzo del ’94.

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Di fronte a tutte queste reazioni Berlusconi fece immediatamente un passo indietro. Con me cercò di giustificarsi, cosa che io non gli avevo chiesto, dicendo:
“Sai, mi hanno preso di sorpresa, in contropiede. A una domanda improvvisa ho risposto forse un po’ affrettatamente. Io non sono un politico di professione, non sono uno a cui piace fare il ‘teatrino della politica’”.
Ecco, lì per la prima volta ho sentito questa espressione, adesso ormai è diventata d’uso comune ma allora era forse una delle prime volte in cui la diceva.
“Questo balletto... – disse – Se fossi a Roma voterei veramente Fini ma qui siamo a Milano, quindi io so benissimo... la Lega...”.

PAGINA 89
 “Adesso lei sta esagerando. Fra un po’ viene fuori che nei quarant’anni precedenti erano i socialisti e i democristiani a mangiare i bambini, assieme ai comunisti... Dicono che abbiamo distrutto il Paese, eccetera. E loro, gli altri, quelli che criticano oggi, dov’erano durante questo massacro, questo scempio? Alle Bahamas? O qui a farsi i loro affari?”.

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In quella riunione del 28 dicembre era presente anche Francesco D’Onofrio. Lì ho assistito in diretta alla nascita del CCD. Non c’era la Fumagalli Carulli, ma D’Onofrio rappresentava tutto il gruppo di contestatori di Martinazzoli e tutti sapevano che quel gruppo aveva dei buoni rapporti con Di Pietro. In quella circostanza si discusse delle elezioni e delle liste. Chi presentare qui, chi là, chi su tutto il territorio nazionale. Una discussione fatta tra venti persone sulla linea politica, sui programmi, sui contenuti, sulla selezione della gente, su qual era il candidato più opportuno da segnalare e sulle alleanze. Lì nacque il progetto di alleanza elettorale mirata con la Lega al Nord e con Fini al Centro Sud. Si prese in considerazione la possibilità di un’alleanza con Fini anche al Nord in quanto non si sapeva se la Lega avrebbe accettato o meno un’alleanza elettorale con Fini. E si discusse del Partito Popolare in quanto D’Onofrio era intervenuto praticamente per dire “noi siamo pronti alla scissione”. D’Onofrio si era già incontrato con Berlusconi in precedenza e credo che l’artefìce di questi colloqui e della stessa presenza di D’Onofrio sia stato Gianni Letta che, avendo visto Berlusconi determinato nella realizzazione del partito, aveva deciso di spalleggiare Berlusconi. Aveva usato le sue arti e malie per convincere la parte più moderata del Partito Popolare a venire al tavolo di Berlusconi.

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E D’Onofrio prese quest’impegno. Infatti provarono a fare un’azione di carattere giuridico per impedire a Martìnazzoli di usare lo scudo crociato. Quel 28 dicembre per la prima volta ufficialmente un autorevole esponente del Partito Popolare, ex Democrazia Cristiana, manifestò l’intenzione di rompere con Martinazzoli e di fare un altro partito che poi alla fine si chiamerà CCD e che verrà ad allearsi con Berlusconi.

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Punto numero uno. La difficoltà da parte della Lega di un’alleanza elettorale con Fini. Bossi diceva che il CCD poteva anche andargli bene, anche se avrebbe preferito vedere tutti questi vecchi democristiani andare in pensione (per lui Casini era un carugnin de l’uratori come diremmo a Milano), ma Fini proprio no. Fini era per un partito centralista, assistenzialista e sudista. Forza Italia doveva sostituirsi a Fini. Poteva andare bene un’alleanza con Fini solo se questa avesse voluto dire che su cento seggi del Sud Fini sarebbe stato presente in dieci collegi mentre Forza Italia negli altri novanta.

PAGINA 102
Berlusconi come la Madonna
Una volta, dopo una giornata di trattative con la Lega che ci aveva stremato, arrivò Codignoni. Tornava dal Sud dove era stato invitato dai Club Forza Italia e disse:
“Dottore... C’erano mille persone... Ma io le dico che questo è un trionfo... Lei è come la Madonna”.
Per la prima volta a Berlusconi gli si distese il volto incupito dai problemi che creava la Lega. Berlusconi ci guardò e disse:
“Ragazzi, noi non ci abbiamo mai pensato veramente... E se dovessimo veramente vincere? Di fronte a tutta questa aspettativa che si sta creando... saremo in grado?”.
E fu una domanda che suscitò un momento di silenzio da parte di tutti.

PAGINA 128
Durante quella discussione a un certo punto, si parlava del Ministero della Pubblica Istruzione, Grillo disse:
“Ma perché non dite al Movimento Sociale di segnalarvi la Polibortone?”.
“E chi è – disse subito interessato Berlusconi – la Polibortone?”,.
“Mah... una signora di bell’aspetto di Alleanza Nazionale. Si presenta bene, è gradevole e ha una certa esperienza parlamentare”.
“Bisogna scrivere! – disse Berlusconi al suo assistente Niccolò Querci, lì presente – Prendi nota... Polibortone!”,.
E la Polibortone poi entrò al Governo e divenne Ministro dell’Agricoltura. Ricordo che Grillo scherzosamente diceva: “Beh, bisognerà fare sapere alla Polibortone che l’ho segnalata io, che è diventata Ministro perché io ho buttato lì il suo nome durante una serata”.

PAGINA 132
E io francamente preferii non fare commenti, perché se avessi dovuto riferirmi alle mie varie vicende degli ultimi mesi avrei dovuto contraddire il senatore Previti, ma non sarebbe stato di buon gusto da parte mia in quella circostanza. Io non ero molto soddisfatto di come la cosa era andata a finire. Mi aspettavo che Grillo tirasse fuori un elenco di nomi, una serie d’incarichi. Fui molto deluso proprio perché conoscendoli avrei preferito che si facesse un discorso più chiaro. Però Previti proseguì in tono solenne:
“Noi non abbiamo un’organizzazione di partito, non abbiamo un partito vero e proprio, questo lo sanno tutti. E per organizzare questo partito noi abbiamo assolutamente bisogno di un uomo esperto di politica come te”.

 

PAGINA 133
II giorno che il Governo passò al Senato io e Grillo ci incontrammo davanti al palazzo di Montecitorio e andammo a mangiare assieme alla “Rosetta”, un ristorante a Roma dove cucinano il pesce particolarmente bene. Lì, a un altro tavolo, c’erano Rutelli con D’Alema e un’altra persona a me sconosciuta. A un certo punto D’Alema, avendo finito il pranzo, si alzò e prima di uscire passò al nostro tavolo. Accennò solo un segno di saluto nei miei confronti, perché non ci conoscevamo, e rivolgendosi a Grillo gli disse:
“Voglio che tu sappia che personalmente non mi metto assolutamente tra quelli che stanno facendo il linciaggio nei tuoi confronti. Io ritengo invece che tu abbia fatto bene a permettere a questi di governare. Mi sono meravigliato della posizione del tuo partito. Non ho capito che cosa volevano i Popolari, forse pensavano che si sarebbe ammalato qualcuno dei nostri e che al Governo sarebbe arrivato il ‘soccorso rosso’. Se pensavano a questa trappola se la sono tolta dalla testa, però resta grave la loro responsabilità di aver tentato di provocare elezioni anticipate. Tu hai fatto bene. Però hai una grande responsabilità davanti al Paese. Non venderti troppo facilmente, mantieni la tua autonomia politica. E allora vedrai che le persone serie non potranno che continuare a darti quello che possono, per lo meno un sostegno morale”.

PAGINA 153
L’aspetto metodologico
Quando io avevo iniziato la mia collaborazione di consulente esterno col gruppo ero stato messo dal dottor Dell’Utri in contatto col dottor Preda di cui ho già parlato. Preda mi consigliava grande prudenza nell’operare con i dirigenti del Gruppo.
“Vedi – disse – io credo di aver capito che a te si chieda di preparare una strategia, ciò è pericoloso perché questo è un Gruppo che non ha strategie”.
E qui mi fece un’osservazione acutissima:
“Qui vige un metodo solo, il metodo Berlusconi”.
E il metodo Berlusconi, questo non lo disse Preda ma lo dico io, è, come per il commissario Maigret di Georges Simenon, di non avere un metodo. Cioè di affrontare ogni giorno i problemi di quel giorno.
“Il dottore – disse Preda – non pensa mai ai problemi di domani quando ha da risolvere quelli di oggi. Domani è un altro giorno”.

PAGINA 164
Via dell’Arroganza
Vidi tra l’altro arrivare anche Dell’Utri, sorprendentemente. Dell’Utri si trattenne brevemente con me e fu molto ironico e sarcastico sull’ipotesi di cambiare qualcosa in Forza Italia. Sostenne più o meno la tesi che si può cambiare una cosa che esiste non una cosa che non esiste. Notai da questi suoi atteggiamenti che non aveva cambiato umore rispetto all’epoca precedente. Lui continuava a essere convinto di certe cose, tanto che disse non solo a me, ma di fronte a Berlusconi:
“Ma del resto Ezio, guarda come si comportano con te, con tutto il lavoro che hai fatto qualcuno di loro ti ha chiamato? Ti ha chiesto di collaborare? Hai mai ricevuto una telefonata da via Dell’Umiltà?”.
Io, interrompendo Dell’Utri, dissi:
“Via Dell’Arroganza. L’hanno ribattezzata, ha cambiato nome”.

 PAGINA 165
Alla fine del colloquio, quando stavo uscendo, dissi a Berlusconi:
“Pensa un po’, un anno fa di questi tempi eravamo qui a pensare a cosa avremmo fatto se ci fossero state le elezioni, come sarebbero andate a finire, se avremmo vinto o perso. Adesso, con tutte le note negative che ci possono essere, però pensa... sei alla Presidenza del Consiglio”.
Berlusconi, lasciandomi letteralmente interdetto, e io non l’ho mai dimenticata questa cosa perché mi ha sorpreso molto, disse:
“Ah, ma tu sei meravigliato. Io non ho avuto mai alcun dubbio. E anche nel mese d’agosto io vedevo davanti a me perfettamente chiaro che sarei arrivato dove sono”.

PAGINA 187
Il mondo cattolico non ama Berlusconi
Questo è peraltro un orientamento di una parte del mondo cattolico, quella parte fortemente legata al volontariato, alle diocesi e alle parrocchie, che vede in Berlusconi il ricco Epulone, la figura negativa del Vangelo. Berlusconi ha un bel dire “io sono per le scuole private, io sono per una politica della famiglia, io sono per tutti quei principi cristiani nei quali sono stato educato dai salesiani e credo in quelle cose nelle quali credono anche gli ex democristiani”. Per quanto lui si sforzi di dire questo le sue affermazioni contrastano fondamentalmente con due cose: una è lo status symbol che rappresenta. Questo Berlusconi non l’ha mai capito, il fatto che lui faccia le riunioni politiche nella villa di Arcore o nel palazzo di via Dell’Anima e che ogni volta le televisioni inquadrino salotti fastosi invece di quelle un po’ tetre e squallide sale di riunione dei vecchi partiti, agli occhi della gente semplice che votava tradizionalmente per la vecchia Democrazia Cristiana risulta come un pugno nello stomaco perché si sentono lontani mille miglia da lui.

La seconda sono le televisioni commerciali, grazie alle quali Berlusconi è diventato il più conosciuto tra gli uomini di successo viventi in Italia, l’imprenditore italiano più importante di questo secolo. La TV commerciale non riscuote in questi ambienti cattolici una valida considerazione. Ciò avviene per gli orari in cui vengono trasmessi certi programmi, per la tipologia di certi spettacoli che peraltro piacciono alle grandi masse. Alcuni bacchettoni del mondo cattolico che operano nell’Azione Cattolica, nelle diocesi, nelle periferie, non vedono la coincidenza tra le affermazioni di Berlusconi, “io sono come voi”, e le televisioni e la vita stessa di Berlusconi. E questo piaccia o no è un dato di fatto. Se si prescinde non si riesce a capire la realtà.

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